Contadini del sacro
di Franco Arminio, editoriale pubblicato su “Il Manifesto” di oggi, 31 maggio 2012

Non hanno detto o non ho sentito neppure un nome dei morti, conta solo il numero. E tutte le parole che dicono alla fine tengono lontano il dolore, il dolore del padre che aveva rimproverato il figlio perché non studia o perché si ritira tardi, il dolore di vedere un corpo tumefatto, dentro la tasca il telefonino intatto, la camicia bianca piena di polvere, il pantalone grigio con una macchia di sangue che pare un bicchiere, il dolore del funerale, il corpo dentro il legno, basta un corpo, uno solo che non parla più, mentre un diluvio di parole cade da ogni parte. Dopo il terremoto ci vuole un poco di silenzio o, se si vuole parlare, allora bisogna parlare dei morti. Forse vedere un corpo appena è tirato via da un capannone sarebbe uno squarcio alla retorica che nebulizza ormai ogni evento, ne fa un altro cartone da imballaggio per intrattenere i consumatori della notizia. Se non si vuole far vedere un piede, un occhio, se non si vuol far vedere una mano rotta, la macchina che aveva quel tizio, la borsetta dell’operaia, il quadro alla parete, i profumi dentro il bagno, se non si vuol far vedere la vita allora è meglio oscurare il video, togliere l’audio, mandare in onda solo una scritta con le notizie, solo la parola nuda, se davvero si vuole essere la prossima volta un poco più pronti.
Invece il terremoto è uno spettacolo, perfetto per la pista facile delle polemiche, per dare la parola agli esperti, per mischiare scienza e paure spicciole e poi dire degli aiuti e dei provvedimenti del governo. Le parole, le scene sono sempre quelle. Si dice di un paese distrutto, non si da alcuna notizie dei gatti morti, per esempio. Nelle case che cadono spesso abitano anche i gatti. Andiamo a raccogliere un libro tra le macerie, andiamo a salutare qualcuno con un sorriso molto sincero, molto affettuoso. Pensiamoci veramente al vedovo, alla vedova, alla madre che ha perso il figlio, al figlio che ha perso la madre. Consideriamoci quel che siamo, animali che possono farsi gentilezze. Dobbiamo essere contadini del sacro, piuttosto che spacciatori di disincanto. E dobbiamo mettere i pali di una democrazia profonda, chiudere nei cassonetti la scartoffie dei banchieri, gli intrallazzi dei calciatori, le compassate viltà dei cardinali. C’è da pensare intensamente a quei capannoni crollati, pensare che il capitalismo ha sempre più un cuore macabro e mangiare alle sue mense può sfamare ma non rende felici. Una democrazia degli scontenti non serve a niente, non serve a niente crescere, uscire dalla crisi, se non ci prendiamo veramente cura di chi soffre, se non sentiamo il dovere di onorare veramente i morti.
Ombra e luce
di Michele Sica, Bosconauta

Quando muore un vecchio Boscaiolo, in questo mio paese, lo fa in silenzio, come un vecchio Albero che in primavera non dà più foglie. Un vuoto immenso, la fronda non da più ombra, l’umida terra viva del sottobosco aggredita da una luce violenta che lascerà poco scampo se nessun nuovo albero prenderà il posto del precedente.
Questa la tragedia.
E non abbiamo più occhi per vedere, per capire. Una ricchezza incommensurabile che perdiamo colpevolmente e consapevolmente. Il dolo principale resta quello di non ascoltare più da tempo quel mondo che ci ha nutriti, guidati, elevati. Di lasciarli andare, dopo l’immenso lavoro di custodia e sviluppo, ripagandoli con oblio e distruzione.
Oggi, che ci lascia un vecchio boscaiolo di Calvanico, dal sorriso vero e buono, Angelo Citro, il ricordo va all’amicizia che lo legava al boscaiolo a me più vicino, Michele Sica, mio nonno, e alle parole che uscivano da me quando anche lui, più di un anno fa ormai, ci lasciava.
Un’amicizia, negli ultimi anni, fatta da saluti e ricordi trasmessi per interposta persona, ad un testimone molto fortunato, quale io sono stato.
Mio nonno, a casa, mi chiedeva:
Cume sta Compa’ Ngelulle o Scarpone, salutammelle quando o’ vire! Quanta fatica assieme avimme fatte… (Come sta Compare Angelo ‘lo Scarpone’? Salutamelo quando lo vedi. Quanta fatica assieme abbiamo fatto…).
E Compare Angelo, quando mi incontrava per strada, con le sue rughe amiche e serene:
Tu si o nepote e’ Michele e’ Pellegrine? Che fa o nonno? Sta buone? Quanta fatica ca emme fatte assieme! Che faticatore! Ringelle ca o manne salutanne Ngelullo o Scarpone. (Tu sei il nipote di Michele di Pellegrino? e il Nonno? Come sta? Quanta fatica che abbiamo fatto assieme! Che lavoratore che era! Digli che lo saluta Angelo ’lo Scarpone’).
STARTUP GRANO di Rocco Benevento #inoutlab #paliodelgrano #campdigrano
Un’efficacissima #videa che sembra riprendere lo stesso concetto di un mio post di alcuni giorni fa: “Cos’è Startup?”.Qui si parla dello startup del seme di grano e dello startup di un evento il Palio del Grano di cui presto tornerò a scrivere.
Essere giovani e meridionali, oggi
di Angela Bubba,
Giovanissima scrittrice calabrase, nel 2009 ha pubblicato La casa (Elliot edizioni) che ha vinto il Premio Minerva, ed è entrato nei dodici finalisti del Premio Strega 2010. Ora è da poco nelle librerie il suo secondo romanzo, MaliNati (Bompiani), in cui racconta com’è vivere e crescere nella sua terra, la Calabria. Questa sua testimonianza è stata pubblicata sul blog Solferino 28 anni del corriere.it

L’università Sapienza, e più in generale l’intera città di Roma, sono posti che letteralmente straripano di ragazzi e ragazze (e non solo) meridionali, e quindi anche di calabresi. Si possono incontrare al bar e nelle pizzerie ad esempio, o nelle strade o sugli autobus, e accanto alle fermate della metro, nei negozi, ai ristoranti, ai concerti, facendo la fila agli sportelli bancomat, nei supermercati. Credevo – anche fino a qualche giorno dopo il mio trasferimento in questa città - che Roma fosse un posto meravigliosamente grande e anonimo, una specie di dinosauro tatuato di volti che non sapevano niente l’uno dell’altro, un’immensa pozzanghera screziata dove le tinte si mischiavano senza possibilità di scindersi, di riconoscersi. Inutile dire che già a una settimana di distanza le cose apparivano molto diverse.
I meridionali erano, e continuano ad essere, ovunque; e io li riconoscevo, li guardavo e pensavo di non sentirmi poi così sola. Mentre facevo spesa o giravo in libreria, mentre passeggiavo, mentre frequentavo la facoltà di Lettere: mi sentivo quasi a casa
Appunto, quasi. Era infatti, anzi è, una strana sensazione di domesticità quella che provo, non definibile; una sorta di sentimento-cerniera che però non ha la piena consapevolezza di doversi schierare, schierare con tutto se stesso, come una gamba che non riesce a decidere da quale parte della soglia stare: se all’interno o all’esterno, se più verso un punto o più verso un altro. Non riuscivo a definire questa situazione quattro anni fa, e non ci riesco tuttora. Le cose, le dimensioni, le stratificazioni che vedo e che sento, insieme al mio ancora poco coagulato senso d’estraneità (come d’appartenenza), non sono cambiati. È sempre tutto incerto, precario, sospeso; e quando mi trovo in università soprattutto, la sospensione diviene qualcosa di davvero stridente, surreale, essendo il posto dove più incontro gente meridionale e perciò anche il posto che più mi costringe a razionalizzare la mia condizione, a tentare di decodificarla. Tuttavia, il risultato che ottengo, non è granché: nella maggior parte dei casi esso si chiama confusione, tristezza, disillusione.
Le giornate universitarie sono infatti veri e propri coma ad occhi aperti, perciò non mi aiutano; sono stati di pura infinita paranoia, d’immersione in una bolgia di corpi di continuo spintonati e schiacciati da questo o da quell’altro governo o ministro o rettore, poco importa. Anche in questo caso il risultato non cambia, non è cambiato
L’ingresso della Facoltà è identico, giornata dopo giornata: una melma luccicante fatta di gente che fuma, beve caffè o ripassa degli appunti, che dipinge e attacca cartelli; di professori, studenti e studentesse; di ragazzi che vendono libri all’ingresso; di avvisi più o meno giganti ma sempre coloratissimi - quasi sembrano pieni di gioia! - , sempre inequivocabili; di striscioni che parlano della mostruosità della politica italiana, del fatto che ormai siamo diventati i prostituti delle banche, della crisi, dell’impotenza, della pena che stiamo vivendo, della nostra morte.
Di norma c’è delusione, c’è anche un po’ di rabbia, nelle parole con cui un ragazzo non meridionale cerca di spiegare questa situazione. Nelle parole di un ragazzo meridionale, invece, magari anche calabrese, c’è qualcosa di più. Di più intenso e doloroso, di accecante, e allo stesso di inespresso. Chi è costretto a partire, ad allontanarsi, verrà ripagato: questo l’augurio. Ma dove finisce l’augurio e inizia la realtà, dove finisce il miraggio e inizia la verità, ovvero l’Italia, credo sia abbastanza evidente
In un pantano soprannominato università, in questo caso specifico Sapienza, non facciamo che augurarci qualcosa e contemporaneamente abortirla, vomitarla. Perché sappiamo già che ne siamo privi. E la differenza fra un ragazzo meridionale e un ragazzo non meridionale, risiede solo nella maggiore incredulità con cui il primo fatica ad accettarlo. Tutto il resto, tutte le altre dissomiglianze, non sono che impalcature scenografiche. Sono scorze, corazze, difese. Andare ad abitare in quartieri colonizzati quasi esclusivamente da calabresi, così come organizzare e partecipare a feste per soli calabresi, o ad aperitivi, a riunioni, a circoli, a ristoranti calabresi che servono solo cibo calabrese: tutto ciò è asfissiante, è incredibile ed è vero; tutto ciò è sintomo di grandi fragilità e paure. A diciotto, diciannove anni certo sei più esposto, quindi più sensibile, affascinabile. A diciotto diciannove anni non basta un ritrovo trisettimanale coi tuoi corregionali nelle aule accademiche: sei un morto fra i morti in quel posto, e forse a loro neppure ci badi; o forse sì, ci badi e proprio per questo, dopo aver concluso che tu vuoi essere più vivo di loro, te ne allontani: cerchi l’altrove nell’altrove, cerchi la tua casa in un posto che non è la tua casa e non lo sarà mai (in senso stretto), cerchi una sua immagine che sia grande, senz’altro più grande di te. La protezione è un istinto in questo caso, non è egocentrismo. E ugualmente l’autorelegazione diventa un artificio per prevenire l’eventuale espulsione: è prevenzione. In questo modo tutto pare placato, cauterizzato, vivibile. Una città come Roma si fa meno sinistra e spaventosamente si rimpicciolisce, assume la forma di un parco giochi o di un lunapark che non è pericoloso, non è cattivo, non è nemmeno più estraneo. È soltanto irreale, è illusione. Il giorno dopo, e probabilmente pure quello dopo e quello dopo ancora, le cose torneranno al loro stato originario: straniere e familiari insieme, poco solide e poco definite, poco chiare. Molti ragazzi calabresi con cui ho parlato mi hanno detto che non devo preoccuparmi però, che tutto ciò ha a che fare col senso della liberazione e che quindi è normale, è indispensabile che il disorientamento e anche un po’ di malessere siano presenti. «È normale, fa parte della liberazione» mi rispondono spesso. E mentre pronunciano quell’ultima parola, loro sembrano felici.
Cos'è Startup?
pubblicato su guedado.it il 15/05/2012:
Un seme è startup.
Un seme è vita, in potenza.
Un seme è un embrione pronto ad esplodere nel terreno giusto e al momento giusto.
Basterebbe questa analogia, così banalmente semplificata, ad esaurire tutto il dicibile rispetto al “fenomeno” (in Italia ancora troppo linguistico e poco pragmatico) delle startup.
E la scomparsa dei contadini, reale e metaforica, non ci aiuta di certo a comprendere meglio le dinamiche di cambiamento e sviluppo insite nel concetto di startup.
L’agricoltura oggi è l’industrializzazione della biosfera: massimizzare la produzione, annullare la stagionalità. Risultato: poche varietà selezionate, potenziate, prodotte e vendute tutto l’anno. Il mercato chiede, l’uomo produce, vende, guadagna, acquista. I semi, selezionatissimi e, ancor peggio, ibridi, sono ormai sterili, svuotati di ogni valenza storico-evolutiva. Mera forma dalla prevedibile e perfettibile sostanza.
È proprio da questa perdita, tuttavia, che assume nuova forza ed enorme valore il concetto di startup, inteso ora come nuova forma di vita che va oltre, che s’alza e si eleva al di sopra della consolidata omologazione garantista. Startup ora è il seme nuovo, capace di andare oltre i confini immaginati, capace di svilupparsi su campi vergini, affrontando il folle brivido dell’ignoto. Oppure è il vecchio, ostinato seme che abituato a non perire da una storia millenaria di selezione naturale, ben si presta ad una contaminazione con i nuovi media e le nuove tecnologie.
Il senso di essere startup è racchiuso tutto in questa parabola: una curva che oggi probabilmente tocca il punto più basso, ma che proprio per tale motivo può iniziare a risalire, inesorabilmente e velocemente.
Eccoli, dunque, gli startupper oggi, attesi al varco come contadini alla nuova semina, quella decisiva. E la scelta del seme sarà l’unico vero fattore che determinerà il valore stesso della startup. Un valore assolutamente sociale, in quanto i nuovi semi dovranno tornare fortemente a integrarsi e interagire in una biodiversità antropologica, con lo scopo principale di cambiare la prospettiva dal profitto al progetto, “dall’ego dell’uomo allo sciame delle api” come afferma Alex Giordano, Direttore dell’Accademia Mediterranea di Societing, capovolgendo uno dei capisaldi del sistema socio-politico-economico dello Stato/Mercato.
Un’occasione storica si apre oggi di fronte a questa generazione, che ha “grandi sogni e occhi enormi con cui guardare il mondo”.
E le startup, i nuovi semi, saranno tali solo se favoriranno un’innovazione sociale di tutta la comunità globale che è il risultato della messa in rete di tutte le comunità glocali.
Un’esplosione di nuova linfa vitale generata dalla contaminazione della memoria con la progettualità, della tradizione con il progresso tecnologico e dalla produttività sociale di conoscenza e beni non più ascrivibile soltanto ad una logica di mercato.
Startup è un embrione, dalla forza propulsiva enorme in questo contesto in fermento.
Startup è vita in sinergia con la società.
Startup è un seme.
di Michele Sica, Bosconauta
Imparare a traslocare nel mondo di domani
di Michele Sica, Bosconauta

La risoluzione di un problema composito, come ad esempio un’equazione matematica a più variabili, spesso è possibile solo qualora si possa scomporre il quesito in mini termini. La conoscenza di questi elementi di base ci permette non solo di dare un senso alla combinazione di essi nel sistema, ma di guardare anche oltre il caso specifico così da ragionare ad un piano d’astrazione notevolmente maggiore.
Problema: in che modo cambiare il sistema socio-economico e politico che appaiono rispettivamente l’uno sempre più insostenibile e l’altro sempre più inadatto se non, ancor peggio, deleterio. Scomporre il problema potrebbe rappresentare una soluzione: in questo caso le stesse parole economia e politica sono termini composti che derivano dal greco antico:
- οἱκονομία composto da οἶκος (oikos) “casa” inteso anche come “beni di famiglia” e νόμος (nomos) “norma” o “legge” e quindi “regole della casa”
- πολιτικος, politikós composta da poleis, in greco πόλις “città” e τέχνη (téchne), “arte” nel senso di “perizia”, “saper fare” e quindi “l’arte di governare lo Stato” (la polis per i greci rappresentava qualcosa di molto simile al concetto di stato).
Ebbene affinché cambi il sistema economico deve cambiare la casa, ancor prima che le norme. Stesso discorso vale per la politica, soprattutto per la politica. A cambiare prima di tutto deve essere la polis. La stessa polis è composta da più elementi: consideriamo fondamentalmente al demos, il popolo, che dovrebbe in un regime di democratico essere il detentore del potere. Anche per democrazia (dal greco δῆμος (démos): popolo e κράτος (cràtos): potere, governo del popolo) vale sempre la stessa cosa, cambiare il demos innanzitutto.
Badiamo bene però: l’ordine così come descritto è un fattore assolutamente vincolante nel processo di cambiamento. Sottovalutare questo vuol dire ambire soltanto ad un obiettivo finale di cambiamento, ignorando o peggio ancora mettendo in secondo piano le modalità, e le relative conseguenze, con le quali questo cambiamento avverrebbe.
Il caso relativo all’economia è emblematico da questo punto di vista: nel corso della storia ciò che ha determinato il reale passaggio da un sistema economico ad un altro sono stati i mutamenti del contesto (della casa): le norme si evolvono di conseguenza in modo da formalizzare il nuovo sistema, già tale de facto.
Concretamente: l’avvento della prima fase di industrializzazione ha generato prima di tutto un enorme mutamento contestuale: il progressivo abbandono delle campagne, la meccanizzazione di alcune fasi di lavorazione tali da consentire un aumento produttivo notevole. Ciò ha causato un mutamento normativo del sistema: l’abolizione di un regime secolare secondo il quale la società era sostanzialmente divisa in padroni e contadini sottoposti (il feudalisimo) le cui basi posavano fondamentalmente sul bisogno reciproco e circolare: da un lato la proprietà e l’amministrazione dei beni, dall’altra la produzione. Il nuovo sistema appare non più esattamente circolare, proprio grazie all’introduzione di nuovi fattori. Da un lato la produzione non sarà più vincolata solo alla forza lavoro umana ma sempre più alle macchine. Dall’altra la proprietà non sarà a solo appannaggio dei ceti nobili, ma in minima parte liberalizzata grazie all’introduzione del salario come valore di scambio del lavoro, invece della sussistenza, e dunque la nascita di un economia di mercato.
Cambia il contesto, dunque, cambiano le norme che ne determinano l’ordine e la sopravvivenza. Non viceversa.
Viceversa vorrebbe dire cambiare le regole affinché cambi il contesto, affinché esso diventi migliore: ma come può il contesto accettare nuove norme e mutare senza che sostanzialmente non sia avvenuta alcuna modifica sostanziale nei componenti minimi che lo compongono? È lì, piuttosto, che dovrebbe avvenire il primo mutamento. Come l’invenzione e la costruzione della prima macchina a vapore agli albori dell’industrializzazione. Nulla s’è potuto contro la dirompente realtà di un cambiamento così evidente e profondo. E oggi, oggi che riteniamo sia giunto il momento di crisi di questo sistema economico-sociale e politico, dove sono, e quali sono, se vi sono, le nuove macchine a vapore? Il web? Certamente contribuirà a mutare l’ambiente e i linguaggi, come ha già fatto e continuerà a fare, ma ancora non basta! Il contesto si compone di molto altro: penso alla produzione energetica, a quella agro-alimentare, cosa e come stanno cambiando?
Non basta immaginare un mondo migliore, edulcorato, in cui l’agricoltura biologica ad esempio sostituirà quella chimica-meccanica intensiva. Bisogna realizzare il cambiamento, magari progettando nuove tecnologie produttive che siano efficienti e sostenibili, ma che funzionino bene e meglio di quelle attuali. Solo così si costringe il contesto a cambiare, a migliorarsi. Non si sfamano 10 miliardi di persone, quante saremo tra poche decine di anni, con le buone intenzioni: come ci insegna il mitico Angelo Avagliano, contadino contemporaneo (di cui presto spero potrò raccontarvi dopo aver visitato la sua Tempa del Fico): “un contadino oggi deve tornare a vivere le terre per coltivarle e per essere sostenibile (e magari ridurre la dipendenza dai combustibili fossili visto che oggi in agricoltura per produrre 1caloria se ne bruciano 10 ndr.); egli può coltivare e produrre beni alimentari in un rapporto che dovrebbe essere massimo di 1:10”. Questo vuol dire che il 10% della popolazione dovrebbe essere costituita da contadini che producono per il restante 90%.
Io, personalmente, mi candido e lavoro per far parte di quel 10%, e credo che la prospettiva non sia affatto così malvagia, anzi! E voi?
L’intervista di Spotlight CorriereTV ai fondatori di GROM, Guido Martinetti e Federico Grom:
«L’agricoltura la chiave del gelato migliore»
Moneyball, Il Post e il giornalismo moderno
La metafora sportiva di Luca Sofri all’International Journalism Festival di Perugia 2012, sul momento storico del giornalismo.
(L’intero intervento “Il mondo salvato dai Giornalisti” su chefuturo.it)

C’è una squadra di baseball di Oakland, gli Athletics, che gioca nel massimo campionato e ha appena disputato un’ottima stagione, ma alla fine ha perso ai playoff perché ci sono sempre squadre più grandi e più ricche con cui non può competere. Il manager della squadra, che ha una storia di giovane promessa fallita da giocatore, e che sa che nel baseball viene ricordato solo chi vince, va desolato dal proprietario della squadra e gli chiede più soldi e giocatori più forti. È stufo di non poter mai competere davvero e che tutti buoni giocatori che alleva giovani e fa diventare campioni poi glieli comprino le squadre ricche. Il proprietario non glieli dà. Lui allora si dispone a un’altra stagione messa insieme faticosamente cercando di cavarne qualcosa quando incontra un giovane economista uscito da Harvard, molto geek e un po’ goffo come immaginiamo questi personaggi, che gli spiega che il segreto delle buone scelte nel baseball è nello studio scientifico dei numeri e delle statistiche, che possono suggerire la forza in giocatori che tutti gli altri trascurano: perché lo sport è dominato da vecchi modelli che basano tutte le scelte su criteri antichi e mai ripensati, per la forza dell’abitudine e della tradizione. Con la sventatezza della disperazione il manager lo arruola e comincia a costruire una nuova squadra come gli suggerisce il ragazzo, litigando con tutti i talent scout e con l’allenatore della squadra. Il quale gli rema contro, non fa giocare gli uomini nuovi come dovrebbero – uno è vecchio, uno ha avuto un incidente, ma tutti hanno delle doti che possono essere usate bene – e la squadra perde e perde, e tutto il campionato punta il dito contro le sventatezze della sua campagna acquisti. Fino a che lui fa un colpo di mano, vende i giocatori più famosi e costringe l’allenatore a giocare a modo suo. E la squadra vince. E vince, e vince, e vince. Guardate che è una storia vera, del 2002, già leggendaria nel baseball americano. Vince e vince ancora e riesce, nell’eccitazione e meraviglia nazionali, a battere il record di sempre di vittorie consecutive. Arriva così ai playoff: ma qui incontra una squadra grande, ricca e fortissima, e perde. E lui, mentre tutti gli dicono bravo, hai fatto cose meravigliose è deluso e incazzato. Voleva vincere, se non vinci non esisti. Nell’epilogo, Boston, squadra grandissima e titolata, gli offre un contratto mai visto per andare a lavorare da loro, ma lui rifiuta. Vuole vincere a Oakland, con quella squadra. E i titoli di coda ci dicono che è ancora lì che cerca di vincere, e che nel frattempo le loro intuizioni sulla scelta dei giocatori sono state assunte da tutte le grandi squadre e che Boston con quelle intuizioni è riuscita a vincerci il campionato dopo decenni. È un film che dice che si possono fare rivoluzioni e vincere, ma fino a un certo punto: poi se la tua rivoluzione non è forte abbastanza o non si allea con l’esistente, il tuo potenziale rivoluzionario viene in parte sconfitto e in parte assorbito.
Ok, adesso pensate a chi cerca di costruire nuovi progetti di informazione online in un mondo che cambia, e ve la racconto di nuovo. C’è un contesto generale vecchio e governato da meccanismi antichi e pigri e da protagonisti che non hanno nessuna intenzione di rivederli, ma che hanno risorse e soldi per vincere. Arriva una squadra nuova che non ha le risorse ma intuisce con studi scientifici e competenze moderne che si può essere competitivi a costi minori, grazie alla rete, grazie alla disponibilità dei contenuti, grazie all’aggregazione, grazie al know-how su tutto questo. E gioca il campionato, e nel suo piccolo vince: nel senso che esiste, occupa uno spazio, guadagna numeri, viene riconosciuta e compete con altre squadre titolate. E questo è il punto del film a cui siamo arrivati.
La cosa che in molti in tutto il mondo stiamo cercando di capire è se la rivoluzione è forte abbastanza da farcela fino alla fine e vincere – la sopravvivenza di cui parla Nicola Bruno, e continuare a giocare nel campionato con i grandi – oppure no. Una cosa vi posso dire: è la prima volta da tanto che fare i giornalisti significa una cosa completamente diversa dal replicare i modi in cui lo facevano quelli prima di noi, la prima volta in cui c’è tanto spazio per inventarsi delle cose. Chissà quante falliranno, forse persino tutte, e magari il nuovo giornalismo di successo non esisterà: ma come si sa, la parte bella della caccia al tesoro è la caccia, non il tesoro.
Onorato e Commosso. Grazie a Jepis e i magnifici ragazzi della Pro Loco di Caselle in Pittari
Cilento e rivoluzione


