“Partita a scacchi” ovvero “Il teatro e il gioco della vita”
Walter Wisby, un bambino di otto anni, e T Whiltard, 91 anni, giocano a scacchi a Cheltenham, in Inghilterra, nell’agosto del 1913. (Hulton Archive/Getty Images)
Due generazioni, il vecchio e il nuovo, l’inizio e la fine, interscambiabili, e al centro il gioco della vita, l’affanno inutile e necessario di una scena teatrale che prevede attori con ruoli diversi e complementari.
Girlfriend in a Coma + A caccia di Pionieri + Semen
Un sabato di Innovazione Sociale e Rurale a Napoli.
SABATO 23 FEBBRAIO 10.30
NAPOLI - CINEMA MODERNISSIMO
Via Cisterna dell’Olio, 49/59

Proiezione del DocuFilm di Bill Emmott e Annalisa Piras “Girlfriend in a Coma” e a seguire dibattito con gli autori moderato da Alex Giordano -Accademia mediterranea di Societing- e Vincenzo Moretti -Testa, mani e cuore-. L’incontro procederà con Francesco Russo che presenterà il concorso “A caccia di Pionieri” promosso da RENA, Rete per l’eccellenza nazionale
ACCESSO GRATUITO. ISCRIZIONE OBBLIGATORIA QUI
http://pionierinapoli.eventbrite.com
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SABATO 23 E DOMENICA 24 FEBBRAIO
NAPOLI - CINEMA MODERNISSIMO
Via Cisterna dell’Olio, 49/59

SEMEN ET BALENA: SCAMBI DI SEMI ANTICHI, LABORATORI DI CREAZIONE COLLETTIVA, CONVIVENZA E AZIONE COMUNE
Semen è una due giorni di condivisione intorno al sentire e all’agire collettivo, sul senso del seminare e raccogliere, su pratiche e teorie di coesistenza, sul coltivarsi in sinergia cercando di conoscere e utilizzare l’esperienza della natura e dei bambini, sull’educazione reciproca, libertaria e democratica, sull’abboffarsi ad ogni costo, sul difficile rapporto con i nostri escrementi e rifiuti.
PER IL PROGRAMMA COMPLETO:
Le uova di Galileo ovvero sulla Filosofia, la Scienza e la Conoscenza
di Amedeo Balbi pubblicato su ilpost.it

Molti secoli prima che diventasse figo maltrattare pubblicamente un aspirante chef, Galileo Galilei strapazzò il gesuita Orazio Grassi in una disputa sul modo migliore per cuocere le uova. Non che la cucina fosse in cima alla lista delle preoccupazioni del pisano, ma Galileo non si tirava indietro di fronte a niente quando c’era da umiliare l’avversario. (Regola numero uno per un accademico del Diciassettesimo secolo: mai attaccar briga con Galileo.)
A discutere di uova sode, Galileo e Grassi c’erano arrivati per vie traverse, partendo da un litigio sulla natura delle comete (nel 1618 ne erano apparse ben tre). Litigio innescato involontariamente dal Grassi il quale, poveretto, si era permesso di scrivere un trattatello in cui sosteneva che le comete fossero corpi celesti transitanti oltre l’orbita lunare. Per inciso, aveva ragione.
(…)
Vabbe’, ma che c’entrano le uova, direte. Ci arriviamo subito. Il fatto è che uno degli argomenti attorno a cui ruotava la disputa era se i corpi si riscaldassero per attrito con l’aria. Grassi pensava di sì, Galileo era convinto del contrario. Ora, su questo punto Grassi e Galileo avevano entrambi ragione o entrambi torto, a seconda della situazione specifica presa in esame. Se un corpo viaggia abbastanza velocemente nell’aria può in effetti scaldarsi fino a incendiarsi (come accade alle meteore); ma l’idea di Galileo che il passaggio attraverso l’aria raffreddasse le cose era certamente più giustificata dall’osservazione quotidiana, almeno nel 1600.
Il punto è: come fare a dirimere la questione? Per Galileo c’era un solo modo possibile: osservare direttamente la natura. Per Grassi, aristotelico dentro, la via maestra era quella di rifarsi alla sapienza dei tempi passati. Così, per tirare acqua al suo mulino, l’incauto Grassi/Sarsi non trovò di meglio che citare alcuni testi antichi secondo cui i babilonesi avevano l’abitudine di bollire le uova mettendole in una fionda e facendole roteare velocemente sopra la testa. Se i babilonesi riuscivano a farsi le uova sode in questo modo, era segno che l’attrito dell’aria scaldava, eccome.
Ecco la risposta, che vi prego di apprezzare tanto dal punto di vista logico che letterario:
Se il Sarsi vuole ch’io creda […] che i Babilonii cocesser l’uova col girarle velocemente nella fionda, io lo crederò; ma dirò bene, la cagione di tal effetto esser lontanissima da quella che gli viene attribuita, e per trovar la vera io discorrerò così: “Se a noi non succede un effetto che ad altri altra volta è riuscito, è necessario che noi nel nostro operare manchiamo di quello che fu causa della riuscita d’esso effetto, e che non mancando a noi altro che una cosa sola, questa sola cosa sia la vera causa: ora, a noi non mancano uova, né fionde, né uomini robusti che le girino, e pur non si cuocono, anzi, se fusser calde, si raffreddano più presto; e perché non ci manca altro che l’esser di Babilonia, adunque l’esser Babiloni è causa dell’indurirsi l’uova, e non l’attrizion dell’aria”, ch’è quello ch’io volevo provare. È possibile che il Sarsi nel correr la posta non abbia osservato quanta freschezza gli apporti alla faccia quella continua mutazion d’aria? e se pur l’ha sentito, vorrà egli creder più le cose di dumila anni fa, succedute in Babilonia e riferite da altri, che le presenti e ch’egli in se stesso prova?
Insomma, dice Galileo: caro Sarsi, molla ‘sti libri e fai la prova tu stesso. Ti sei mai fatto un uovo sodo ruotando una fionda? Hai mai visto qualcuno farlo? No? E perché no? Se a noi non riesce di bollire le uova alla maniera dei babilonesi, forse vuol dire che bisogna essere babilonesi per riuscirci. O, più probabilmente, che i tuoi libri riferiscono favole. Credi di più a loro o a quello che puoi provare in prima persona?
La risposta era abbastanza ovvia. Come la maggior parte dei suoi colleghi, Grassi argomentava per autorità, abitudine peraltro ancora piuttosto in voga ai giorni nostri e sbeffeggiata da Galileo in uno dei passi più celebri del Saggiatore:
Parmi, oltre a ciò, di scorgere nel Sarsi ferma credenza, che nel filosofare sia necessario appoggiarsi all’opinioni di qualche celebre autore, sì che la mente nostra, quando non si maritasse col discorso d’un altro, ne dovesse in tutto rimanere sterile ed infeconda; e forse stima che la filosofia sia un libro e una fantasia d’un uomo, come l’Iliade e l’Orlando furioso, libri ne’ quali la meno importante cosa è che quello che vi è scritto sia vero. Signor Sarsi, la cosa non istà così. La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto.
Il metodo scientifico proposto da Galileo in queste poche righe oggi forse ci sembra scontato, ma all’epoca non lo era affatto, evidentemente. Poi, certo, Galileo era un po’ gradasso, e sulle comete è capitato che avesse ragione Grassi. Ma è proprio questo il punto: ogni tanto può anche succedere di avere ragione per il motivo sbagliato. Però senza un metodo affidabile, che funzioni indipendentemente dal Galileo di turno, non si va molto lontano.
“ A voi giovani, abituati oggi ad un certo benessere, consiglio di essere più curiosi perché la curiosità è alla base della conoscenza (ed i mezzi oggi non mancano): quello che diventa patrimonio della mente, nessun nemico ve lo potrà togliere. Date valore anche alle vostre mani che sono patrimonio importantissimo per aiutarvi nei momenti difficili.”
Darwin e i giovani resilienti
di Valentina Parasecolo da IL MAGAZINE de “Il Sole 24 ore” del 24 settembre 2012

Per alcuni sono lo strascico della generazione X, quella scettica, disincantata, post-ideologica. Sono gli ultimi arrivati di una prole nichilista, neanche troppo sfortunata, rammollita dagli agi, incapace di rivoluzioni, forse appena di evoluzioni. Per altri sono la prova del proprio fallimento. Quelli da compatire, i nipoti a cui chiedere scusa. Con tutti quei debiti da pagare e poi le pensioni e quel lavoro fisso che non vedranno mai.
E se i giovani fossero altro? Mentre la flessibilità è costretta da riforme mancate alla sua versione più feroce, il precariato, una nuova generazione di italiani si sta trasformando silenziosamente.
Si potrebbe prendere in prestito un nome dalle scienze dei materiali. Si potrebbe definirli i “resilienti”. Come certe sostanze che si adattano agli urti, sono reattivi e plastici. Flessibili davanti a ogni rigida resistenza. Nel momento in cui la crisi porta al pettine i nodi del sistema, i resilienti si districano tra i rimbalzi dello stage, i labirinti interinali e l’ossigeno a progetto, imparando a riconoscere i peggiori difetti di chi li aveva preceduti e diventando altro.
Sul loro biglietto da visita non c’è un dott. o un rag., ma nome e cognome accompagnati dalle figlie delle ambizioni mortificate e dei cambi di rotta: le loro esperienze frammentate, solo talvolta legate ai titoli di studio. Sono i laureati in fisica, diventati panettieri, poi insegnanti e infine web designer. Questi nuovi italiani sanno che non avranno carriere lineari predefinite, ma percorsi professionali variegati e ciclici.
Nel frenetico tentativo di trovare una collocazione, hanno imparato a credere nei principi neo-borghesi della meritocrazia e dello sforzo, ma anche nel dono e nello scambio. I resilienti si sono formati imparando le lingue degli altri, viaggiando e vivendo in mezzo ai “diversi da noi”, tra i quali sono finiti per studiare o lavorare. Hanno conosciuto giovani donne con ruoli che in Italia sono ricoperti da maschi anziani. Hanno scritto curricula dove è illegale mettere la data di nascita. Hanno visto coetanei cambiare continuamente lavoro e avere figli. Hanno frequentato scuole con allievi di ogni età. Hanno incontrato persone che davanti a nuove idee non hanno risposto «… perché no», ma «Perché no?».
Questi italiani hanno i tratti dell’uomo postmoderno a suo agio nelle contrazioni telematiche dello spazio e del tempo. Il confronto con la tecnologia gli viene delegato con sufficienza da chi, sopra di loro, la teme o rifiuta. Grazie a lei hanno imparato a muoversi fra le pieghe della storia, dell’arte e della cultura, a non aver paura del passato, ad accorciare le distanze nel presente. Vivono dolorosamente l’accerchiamento di strutture statiche in una periferia dell’Occidente dove le voci forti sono quelle degli ipergarantiti, dei fedelissimi del posto fisso, del sissignore e unamanolavalaltra. Intanto si chiedono se Darwin avesse ragione, se vinca davvero la specie che si adatta meglio ai cambiamenti, se il futuro sarà loro, di questi nuovi italiani, dei resilienti.
UN ESEMPIO CILENTANO DI RESILIENZA Cooperativa Sociale Terra di Resilienza
Auguri di non fine
di Michele Sica Bosconauta

Tutta umana la presunzione di poter dare un limite al tempo, allo spazio, alle cose. E in questa finitudine trovare i margini di demarcazione utili al più effimero e necessario degli esercizi umani: la narrazione di fatti, eventi, storie. E così, che in questo limen di tempo che chiamiamo anno, mi appresto anch’io a scrivere di cose che sembrano afferibili ad un lasso di tempo ben definito, ma che in sostanza trovano la loro origine in chissà quale meandro di spazio e tempo indefinito, infinito.
Eppure c’è anno e anno, almeno così ci pare, e l’ultimo credo sia stato decisamente … decisivo, importante, indimenticabile, irreversibile. Un anno, insomma, in cui sono accadute cose la cui forza sta nel non esaurirsi in uno spazio breve, ma nella loro capacità di rinnovarsi in un ciclo molto meno definibile e incontrollabile dalle categorizzazioni convenzionali umane.

Il bosco è un esplosione di vita dalle forme diversissime e varissime. Un sistema inclusivo in cui trovano posto le specie più difformi, che sembrano vivere in una simbiosi perfetta. Lo abbiamo vissuto e attraversato, seppur brevemente ma intensamente, portando nel bosco parole nuove e uomini nuovi curiosi e affamati di vita nuova. Openbosco è stata l’occasione di sedersi dall’altra parte, di far parlare alberi, foglie, pietre e fuoco e da lì trovare spunto per nuove parole. Perchè il bosco? Perchè credo che esso abbia un’essenza che va molto aldilà delle percezioni comuni di vita che noi uomini oggi siamo abituati ad avere. La percezione che tutto è producibile e riproducibile dalla tecnica e dalle risorse che abbiamo a disposizione. Ebbene questo è stato l’anno in cui ho imparato, ho sperimentato (dal latino ex, “da”, e perire, “tentare”, “passare attraverso”) che il taglio di un bosco, di un albero vuol dire “sopportare la perdita e da quella far nascere nuova vita”. Un ciclo, questo, che è ben al di là della portata dei tempi e dei modi che oggi ci siamo dati come civiltà di uomini cicale. E la trasfigurazione di questo bosco, di questo legno, in carbone con l’antico metodo della carbonaia, ridando voce agli antichi boscaioli, la voce sommersa dei nostri padri, che attraverso il fumo e il fuoco è giunta fino a noi insegnandoci gesti antichi e nuovi, la cui rivoluzione sta nell’essere riapparsi in questo tempo con tutta la loro forza necessaria. La forza della resistenza, dell’attesa, del rispetto, della sostenibilità, della ciclicità, dell’umiltà.

Il grano è un filo d’erba a un mese dalla sua nascita. Guardatelo ora, d’inverno, nei campi gelidi, frustato dal vento del nord, ghiacciato dal gelo dell’alba, un filo d’erba capace di sfamare il mondo. Ma tutti noi conosciamo il grano nella sua fase d’oro, già pronto alla falce e prossimo al forno. Proprio questo teatro dorato mi e ci ha accolto, quest’anno, in una terra che stava per smarrire il suo frutto prezioso, il Cilento. Tenaci minatori di un mondo smarrito, coraggiosi pionieri di un mondo immaginato, ci insegnano a tenere in mano una falce, a mietere l’oro, a trarne farina e impastare il futuro. Questo è stato CampdiGrano: un’esplosione di desideri inesplicabili, di ambizioni impensabili, di emozioni indescrivibili. Ma soprattutto è stato il superamento di tutto questo e il ritorno alla quotidianità con la consapevolezza che tutto dovesse cambiare fin dalle piccole cose. Che il grano non è solo la festa della mietitura, ma l’aratura già nella calda estate per smuovere il terreno, è la semina in autunno quando non piove, è l’attesa che spuntino i fragilissimi fili verdi dopo le abbondanti piogge e il primo freddo. Che il grano è la metafora di tutto ciò che abbiamo bisogno per sostenerci su questa terra, strappando ad essa, ogni giorno, la linfa vitale che sostiene i nostri bisogni necessari e, troppo spesso, superflui. Che il grano è la strada che ci riporta alla consapevolezza e alla responsabilità, dalla semina al raccolto, dalla produzione al consumo, dal bisogno alla sostenibilità.
Ho scelto, così, di legare la memoria di questo anno passato a due archetipi, il bosco e il grano, che ho attraversato con tutto me stesso e attraverso i quali ho incontrato la vita di moltissimi altri compagni (cum panis). Penso a loro, oggi, come l’unica degna e immensa ricchezza ricevuta e da conservare, dal valore insetimabile. I sorrisi, gli abbracci, l’essere comunità nel senso più autentico di questo termine. Avrei voglia di nominarli tutti, come già altre volte ho cercato di fare nel tentativo di fissare nella memoria collettiva il tempo trascorso assieme, ma anche in questo caso presuntuoso sarebbe il pretesto di demarcazione di un insieme che ha la sua forza proprio nell’essere indefinito, indefinibile poiché sempre aperto, senza limiti.

E così, che il mio augurio per il tempo nuovo è proprio quello di aprirsi, senza limiti, ad un percorso che non abbia alcuna meta fissa, ad un nuovo modello inclusivo di vita in cui trovano posto vecchi e nuovi orizzonti, in cui le parole, gli incontri le fatiche abbiano tutte un senso nuovo, quello della resilienza nel nostro ambiente e quello della risonanza con tutto il mondo. A tutti voi, che più di aver ricevuto dalla mia pochezza, tanto mi avete donato in questa breve e intesa parte del viaggio compiuto a tratti assieme, dono il mio abbraccio e il mio sorriso senza parole. Un silenzio da riempire assieme con nuove albe e nuove veglie, lungo un viaggio mai progettato, mai raccontato, un viaggio che ci chiede di partire e di farlo subito, senza troppe domande, senza alcuna paura. La vita.
Immagini. La prima è la raffigurazione della Ruota del Samsara, antico dipinto tibetano; la seconda una miniatura medievale di un Bosco, la terza è un disegno tratto dal romanzo L’ombra del Castano intotolato, La pisatura del Grano; la quarta è un quadro di Salvador Dalì, La Nave, 1935.
Ugo Marano oggi sale a Capriglia
di Rino Mele dalla prima pagina del “Roma” domenica 16 dicembre 2012

A poche centinaia di metri dalla sua casa di Capriglia, che lui amava fino all’esasperazione, Ugo Marano oggi parlerà agli amici che lo cercano, aprendo il ricordo come melagrane rosse, noci fresche, filastrocche e versi che scriveva e a lui piaceva recitare. Nell’Antico Convento dello Spirito Santo, alle 16,30, quando d’inverno il giorno s’azzurra e scurisce, ci racconterà su uno schermo d’aria -pioggia o non pioggia- quello che non sappiamo, il significato di essersi sottratto a questa treccia di dolore che è la vita, il suo familiare starsene ai bordi chiamandoci per nome: proietterà alcune linee rosse e bianche come frecce che, riunendosi, formino sentieri e montagne e suoni.
Amava infinitamente fare teatro, guardava negli occhi gli spettatori e li trasformava in personaggi: l’attore era sempre lui, saltava al contrario come risucchiato dal precipitare all’indietro di un film e mostrava le sue parole sul palmo delle mani, le faceva volare come uccelli: si fermavano a mezz’aria in attesa del suono successivo. Oggi saliremo tutti all’Antico Convento dello Spirito Santo, il Musemuseo. Entreremo nella nave rovesciata della chiesa e aspetteremo l’improvvisa gioia di rivederlo, ma non col suo volto consueto, sarebbe troppo facile: interpreteremo la sua presenza dai segni di un’esasperata lontananza.
Ci saranno molti amici, con i diversi colori dell’amicizia, il rosso quella del cuore, celeste l’amicizia appena accennata, mistica ed esangue, l’amicizia nera che è quella vera, ne piangi e non perdona, e poi le altre, tante e vive come le piume di un pettirosso arlecchino, azzurro e cinerino. Per il freddo, Mario Carotenuto arriverà chiuso in un mantello su un cavallo, dipinto da Paolo Uccello, ma avrebbe preferito una Bugatti blu; Pietro Lista verrà in ritardo, quando tutto sarà finito, affranto per la bicicletta che gli si è rotta nella salita, sentirà la voce di Ugo e penserà di aver capito un segreto, il trucco che non si dice. Giancappetti girerà al tornio un ricordo, lo farà alto, col becco a due versi per versare l’acqua e il vino insieme, Ugo Marano gli si nasconderà tra la creta e le dita e il tornio correrà così veloce che nessuno potrà più fermarlo. Petti e Risi prepareranno un fondale catottrico con tanti piccoli specchi e ferri e legnetti ben tagliati per far perdere la strada al re della storia (in tutte le favole, nei racconti, c’è un vecchio re innamorato che non vuol morire): lavoreranno così veloci che tutto questo straordinario teatro sembrerà rifatto infinite volte. Quarta, Virginia Franceschi e Antonietta Acciani mettono sagome sulle sedie del teatro, alcune sono vive, s’alzano, vanno incontro a Ugo e scappano sul prato a godersi la pioggia che le asciuga. Intanto, Quarta, in un angolo, si prova la corona di carta che ha appena disegnato, una mitra argento e viola, e sembra vera. Inizia la rappresentazione, come in un circo e la sala delle confessioni: ognuno la sua parte, il regista è Ugo e nessuno lo sa, li chiama sulla scena, li sposta a lato e ognuno è felice di trovarsi a riposare nell’affanno di un altro che li fa scorrere sulla scacchiera in cerca di una nuova felicità. Sulla scena cresce in pochi istanti un grande albero, su ogni ramo c’è un protagonista dello spettacolo: ormai sta per sorgere, bianca, la luna. Su un ramo è saltato, agile come un acrobata, Nello Ferrigno, in cima sono corsi a incollare, sul ramo più alto, le foglie di magnolia Loredana Gigliotti e Giuseppe Latronico che non si lasciano un istante, poi Ugo mette un fiume tutt’intorno all’albero, che sommerge il prato e si ritira in un bacile, si fa ancora più piccolo ed entra in un ditale. Wanda Fiscina applaude per educazione, s’aspettava qualcosa di più, Danilo Mariani invece è felice, batte le mani di qua e di là per farsi udire da Ugo, vorrebbe tirarlo in un visibile gioco. Quando, a un tratto, una voce dall’alto, o dal basso, che insegue alle spalle, chiede di metterci al centro e disegnare la figura geometrica più perfetta: Franco Longo stende un grande foglio e disegna un cerchio blu, nel cerchio dipinge un leone poi lo cancella ma il ruggito rimane, e fa tremare. Adriana Sgobba disegna solo un triangolino giallo, equilatero, sulla testa di un burattino, al triangolino aggiunge una linea, forse è la luna, Francesco Raimondi un’onda di mare che s’attorce, cresce e nel fondo di se stessa scompare, poi altre onde che non si contano, sempre più vicine. Signorino, un quadrato, poi un altro, un intero paese, la chiesetta, la strada, la vecchietta che s’è scordata il nome di quel giovane che la invitava sempre a ballare e lei diceva no, e n’era innamorata. Fuori scena (si chiama Michela Coppola) una ragazza suona con arte la viola, la musica entra tra le mani di tutti, ne lega le dita, li fa prigionieri. Sergio Vecchio cerca di slegarsele ma le mani non ubbidiscono e sapientemente ne ride, piano.
Allora Ugo finalmente appare, ognuno lo vede in qualcosa che non sa, il vento improvviso, il suono acuto di un canto, il telefono che chiama, quel dolore al petto che per fortuna scompare.
L’arte di Ugo Marano
Il ricordo di Rino Mele ad un anno dalla scomparsa dell’immenso artista.
Foto ©Marius Mele
Ci trovammo in un’antica casa di Salerno, alta sul porto. Era la notte della luna più luminosa degli ultimi decenni (venerdì 18 marzo 2011), i giornali ne parlavano come di un evento, l’epifania della luce: da un balcone guardammo a lungo la luna, sembrava ci custodisse come fanno le madri quando dormono. Eravamo in una grande barca nel cielo, parlavamo uno di fronte all’altro e come fossimo stati entrambi dallo stesso lato. Da sempre, incontrandoci, disegnavamo progetti devastati dalle parole, stretti nella curva dolce delle immagini: straordinarie ipotesi che, poi, trovavamo sbarrate da impedimenti burocratici, difficoltà senza volto, le voci acute di piccoli cani a mordere la bella veste dell’utopia: dal tempo lontano della nostra amicizia, tanto più antico delle tue Feste delle idee a Capriglia trent’anni fa, nella bella casa con ardite logge, generose nell’abbandono, la galleria, il portico, le stanze dai balconi. In Lirica, un racconto del 1934, Yasunari Kawabata inizia dicendo che è strano il nostro modo di pensare i morti col volto dei vivi (“Se ti parlo ora che sei morto, sono infinitamente più felice di farlo non come se mantenessi ancora le sembianze che avevi in questo mondo, ma rivolgendomi al susino rosso carico di gemme fiorito precocemente davanti ai miei occhi”).
Oggi è un anno che tutti noi siamo andati via, lontano da te: sei rimasto dov’eri.
Un po’ come nelle fiabe sapienziali che a te piaceva tanto scrivere. Te ne racconto una che già sai. Un re, o un contadino, s’avventura nel bosco più fitto che ci sia, c’è un colle e vi s’inerpica e qui incontra un leone con la criniera che sembra mille ventagli estivi, una lince (ma può bastare un gatto selvatico) e la femmina di un lupo. Il re contadino ne ha paura, indietreggia, poi correndo scende il sentiero di sassi, torna nel bosco e qui incontra un’ombra, chiede ad essa aiuto, parlano, e iniziano insieme un viaggio che non finisce più.

Foto ©Marius Mele
Era nato scultore, plasmava nella creta sfingi argute e uccelli, chiedendoci -noi che l’ascoltavamo stupiti- di richiamarli dal volo: faceva teatro del suo parlare. Scolpiva il legno, la pietra porosa e leggera, ispessiva la carta e ne faceva pioggia, poi quell’acqua fermava e la capovolgeva per rappresentarne l’incendio, le fiamme voraci e ossessive. Sognava di stendere una fune tra le sponde di un fiume e corrervi in bicicletta fermando a mezz’aria (lui, a mezz’aria) l’applauso. Lavorava l’argilla come fosse lievito per il pane, non si stancava di affabulare, mischiare il falso della vita al vero dell’arte, a volte all’alba -quando ancora i sogni tormentavano dolcemente i suoi pensieri- camminava a testa in giù premendo i piedi sul pavimento del cielo e, nel correre, gridava un richiamo. Chi l’ha conosciuto ne sente accanto l’ansia, il pungere dei suoi occhi una domanda, l’ansia di una risposta nuova. Cercava, ad ogni passo, un ritmo che sorprendesse, svelasse un profilo ancora nascosto della realtà: per lui tutto aveva la forza complessa di una “fabbrica” dolce capace di dare la felicità. Le parole le amava come piccole forme perfette, un cubo lieve come le porte del vento, una piramide, la linea curva di un cerchio, la vertigine di un suono che giri intorno al proprio asse, non c’era niente da buttar via, non esisteva il superfluo, il brutto, nel suo mondo: bastava saper usare anche una carta gettata via, un colpo d’azzurro tra le pieghe contratte del foglio, uno spago da incollare, la polvere nera contenuta in una fiala, tutto bastava per farne una nave o il porto, un topo e la collina che lo divora. Gli piaceva salire le scale, ma la stessa ebbrezza provava nello scenderle di corsa per raggiungere il mare, la sua Cetara nascosta, cetra e lampara. Ugo Marano. Quante volte abbiamo letto insieme parole, giocato al teatro, attraversato le vele di una ferma barca sulla montagna. Giocavamo a sottrarci quello che ci donavamo. Non so, ora, se sto scrivendo per la sua morte, o è lui che per me parla di questa più profonda notte in cui attraversiamo piccole stanze e torture che non sappiamo nominare.
